Viale Trastevere sta parlando pochissimo, o nulla. Forse è un bene. Ma possiamo ipotizzare che il Ministro Mariastella Gelmini, da viale Trastevere, presto parlerà.
E non solo per chiedere, com’è giusto, un rapporto al Rettore della Sapienza.
Parlerà per dirci quale linea vorrà dare alla scuola e quale orientamento il Ministero intenda indicare a proposito dei problemi sempre più seri e gravosi che assillano la scuola e gli insegnanti.
La scuola non deve risolvere i problemi di pertinenza della magistratura e delle forze dell’ordine, ma può contribuire a prevenirli. La scuola tuttavia è chiamata , per elezione, a trasmettere saperi e cultura, e deve impegnarsi in modo diverso sulla formazione e sulla trasmissione di valori comuni.
Continuiamo a dire, fino allo svuotamento di senso, “i giovani sono il futuro”.
Cominciamo, però, anche a chiederci quale futuro e quali giovani abbiamo in mente. Sulla definizione degli obiettivi pedagogici ci troviamo all’emergenza; non soltanto sul fronte scolastico, ma su quello delle famiglie che forse cominciano a interrogarsi anche sulle loro lacune e sull’urgenza di una azione educativa più efficace.
Gli insegnanti, dal canto loro, si trovano ad affrontare impegni inediti in un contesto sociale in cui la loro figura è ingiustamente screditata e nella quale i valori condivisi, o almeno un minimo comune valore è, per ora, pura utopia. Eppure è necessario partire da un indispensabile valore comune, almeno minimo, per ricostruire un progetto educativo. E ci sono molti insegnanti, anche tra i giovani specializzati della SISS pronti a mettersi al lavoro con una visione rinnovata dell'insegnamento.
In una qualsiasi aula scolastica, lo sappiamo, si allevano e formano generazioni. Una classe di ragazzi è una realtà complessa nella quale iniziano, fin dalla materna, l’esercizio e la pratica del rispetto reciproco, dell’onestà, del senso del dovere, del rispetto delle regole. Inizia anche il dialogo con l’adulto non-genitore.
Sulla scuola occorre riaprire discorsi importanti, che non sono quelli sul formato e sul peso in etti e mezz’etti dei libri scolastici e nemmeno quelli sul recupero dei debiti e delle lacune: tecnicismi importanti, ma tutti risolvibili.
I discorsi importanti sono quelli sulla realtà in cui vivono i nostri bambini e ragazzi e su come interagire con essa senza perdere di vista la sfida educativa.
Perché i canali e le realtà, attraverso cui i giovani si formano e ricevono informazioni, stimoli e modelli sono almeno quattro: famiglia, media, scuola e i gruppo di altri giovani con cui condividono esperienze.
E’ impossibile stabilirne una gerarchia, poiché è evidente che per alcuni ragazzi sono preponderanti i media, per altri la famiglia, per altri gli amici (o esperienze impreviste) e così via.
Ma questa mancanza di gerarchia non è utile né sana.
E’ dunque essenziale che la scuola pubblica e statale si riappropri del suo ruolo basilare, perché solo la scuola pubblica può, se vuole, assolvere all’impegno di garantire a tutti i suoi studenti uno standard educativo sufficientemente omogeneo, che tenga conto delle esigenze del singolo, che non allenti l’attenzione sulla qualità e prescinda dai privilegi economici.
Non possiamo, d’altronde, influenzare pesantemente, né “rieducare” (nemmeno se qualche intransigente lo ritenesse addirittura necessario) le famiglie. Sarebbe una pratica invasiva, insensata e forse dittatoriale.
Lo Stato, e in questo caso la Pubblica Istruzione, può invece lavorare per dare alla figura e alla professionalità degli insegnanti un ruolo sociale adeguato, Può e deve affiancarli ad ottenere un più impegnativo spessore culturale e pedagogico da cui discenderebbero un complessivo miglioramento della vita scolastica e dell’insegnamento. La Pubblica Istruzione può farci dimenticare la inutile boria fioroniana e lavorare per restituire alla figura dell’insegnante-educatore, anche nei confronti delle famiglie, la sua funzione specifica fondamentale per tutta la società.
Teoricamente potremmo anche chiedere, nello stesso tempo, che anche i media non influenzino negativamente i giovani e ne rispettino le delicate fasi della crescita Ma a chi appartiene questo compito se non alla Pubblica Istruzione?
Mi permetto infine di osservare che la diatriba tra scuola privata e scuola pubblica non è utile alla soluzione del problema. Non è assolutamente in discussione il diritto, che le scuole private già hanno, di esistere e insegnare. Ma i ragazzi, proprio perché sia rispettata la ricchezza della loro singolarità e unicità, proprio perché sono l’espressione di famiglie socialmente e culturalmente non omogenee, dovrebbero crescere insieme indipendentemente anche dalla distinzione di fede religiosa.
Chi crede nella testimonianza della fede potrebbe riflettere sulla necessità di aprirsi agli altri invece di far crescere siepi in cui separare se stessi e i propri figli: riconosco che questo rende tutto più difficile.
La scuola statale pubblica può realizzare un progetto educativo straordinario e fortemente connotato per cultura e dignità sociale.
Un nuovo progetto moderno, impegnato nella formazione scolastica ed umana dei nostri bambini e ragazzi avrebbe importanti ricadute in utilità sociale, in progresso culturale ed economico.
E’ una sfida che non può più rimandare.
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